Intervista a Valerio Spada: la fotografia tra arte e street casting

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Il talento di Valerio Spada (www.valeriospada.com) è difficile da catturare in una definizione. I suoi lavori più celebri, Gomorrah Girl e I am nothing, lo hanno fatto conoscere a un pubblico internazionale come fotografo ma limitarsi a questa etichetta non rende giustizia alla vivacità di un artista che è anche editore, storyteller, insegnante e chissà quante altre cose ancora. Spada ha lavorato anche nella moda. Le volte in cui lo ha fatto ha dettato le sue regole come quando ha scattato nel 2017 la campagna per GAP A portrait of an american summer. Il suo punto di vista mai banale è un invito ad andare oltre la superficie delle cose. Ecco cosa ci ha generosamente raccontato in questa intervista.

Valerio Spada, ci può raccontare il suo percorso?

Sono nato a Milano. Mio padre si spostava molto per lavoro e quindi ho avuto scuole e amicizie spesso interrotte in diverse città, usanza che conservo gelosamente tuttora. Ho trascorso l’adolescenza a Roma e gli ultimi anni di Liceo Classico Beccaria a Milano dove sono riuscito a farmi respingere due volte consecutive nella stessa classe. Mi sono iscritto poi a Filosofia a Bologna e dopo i primi voti eccellenti, completamente in contrasto con l’ultimo biennio liceale, ho deciso di interrompere gli studi. Dopo undici mesi passati a studiare l’ermetismo di
Ungaretti, 30 con lode scritto e orale, ho sostenuto un esame di sociologia preparandolo in un mese: dopo avere dimenticato tutto quello che avevo compreso di Ungaretti, capii che studiare è dimenticare, scelsi quindi di fotografare e ricordare.

A quel punto ha deciso di mettersi a studiare Fotografia?

Mi sono iscritto a un corso biennale a Milano. Durante il primo anno decisi di andare ad Atene dove cominciai a fare il primo redazionale per un cliente spagnolo, successivamente ho avuto la prima commissione a New York per Rizzoli. In linea con il mio essere allievo modello e con un numero di assenze superiore alle presenze come al liceo, riuscii a farmi bocciare anche lì. Dopo i primi lavori pubblicati tuttavia, la scuola appese ai muri le mie fotografie e mandò una lettera agli iscritti dove si raccontava di me. Aggiungendo che qualora gli allievi si fossero impegnati quanto il sottoscritto, avrebbero ottenuto i miei stessi risultati.

Una bella rivincita.

Accadde anche al Beccaria. Fui invitato a parlare in aula magna di fronte a 800 studenti. Fu molto commovente. Nel pubblico ritrovai la mia professoressa di Storia dell’Arte, l’unica materia in cui avevo buoni voti da studente. Fu una bellissima mattina: il preside si complimentò dicendomi che era la prima volta che gli studenti avevano ignorato la campanella per ascoltare l’ospite. Alla fine del mio intervento alcuni studenti salirono sul palco, due piansero. Ricordo una ragazza di nome Camilla che mi disse: «Io voglio essere Valerio Spada, come devo fare?». Glielo sconsigliai vivamente.

Ha cominciato a scattare con le Polaroid. Come è stato il passaggio al digitale?

Piuttosto naturale ma scatto ancora in pellicola. Il digitale non credo raggiunga quei livelli ancora oggi, forse solo una macchina in particolare ma ha costi molto alti. Tuttavia il digitale salva da alcuni inconvenienti che possono accadere con la pellicola. Spedizioni e viaggi e raggi X negli aeroporti, per nominarne alcuni. In un grosso lavoro commerciale in America mi capitò che, appena finito di fotografare, il cliente spedì da Los Angeles le mie 44 lastre 20x25cm a New York per svilupparle, il FedEX perse il pacco per 48 ore. Poi per fortuna lo ritrovarono. Per questa ragione però scatto in entrambi i modi per lavori importanti che hanno dietro enormi costi di produzione.

Come potrebbe descrivere la sua attività di ricerca?

Lo spiego con un esempio. Quando mi bocciarono a scuola di fotografia, l’anno successivo andai a casa del professore di tecnica e mi feci spiegare cose che avrei voluto capire a fondo sulla teoria del colore. Allo stesso modo, se qualcosa mi incuriosisce, mi appassiono a un
livello tale di profondità che spesso mi trovo a parlare con esperti in materia affascinati dal mio interesse e io dal loro. Mi è capitato con gli oggetti confiscati a Bernardo Provenzano che non aveva visto mai nessuno, Polizia Scientifica a parte, e mi sta capitando ora con l’Università della British Columbia per un nuovo progetto al quale sto lavorando. Studio. Studio tutto quello che non ho studiato da piccolo. Il Liceo andrebbe fatto a quarant’anni e così l’Università. E quindi me li faccio da solo ora. Più che posso. È per questo che non mi piace la fotografia di moda tradizionalmente intesa, quella che ha a che fare con le modelle e i fondi di tela o carta. Quel mondo lì non mi appartiene.

Lei ora si occupa di reportage dalla forte connotazione sociale. Come la influenza questo quando scatta per la moda?

Quando mi viene richiesto di scattare per clienti di moda cerco di riprodurre, da sempre, il mio lavoro personale. Possibilmente escludo il lavorare con agenzie di modelle e da molti anni, prima che diventasse la norma come oggi, cerco di fare street casting. Se un giornale, come capitò per i-D per esempio, mi chiede di scattare per loro in un dato giorno, io chiedo di contro un mese di tempo. Posso citare il lavoro fatto a Marsiglia: ho passato più di quaranta giorni in quella città meravigliosa a cercare persone da fotografare. Si fanno amicizie e forse si possono aiutare persone che non conosci. Una ragazza che ho incontrato per strada fu talmente in gamba nel seguirmi mentre lavoravo che ora è stata assunta da una casa di produzione. Sono svegli i ragazzi in strada. Più svegli di noi fotografi sicuramente.

Lei non è un fotografo di moda tout court. Allora perché la moda la cerca?

Non è che ci sia la fila. Mi arrivano delle proposte, il più delle volte ringrazio e passo. Mi è servito molto essere rappresentato per due anni da un’agenzia molto forte in America e capire che posso dire no ma quattro o cinque volte l’anno mi diverto a fare servizi di moda. Credo cerchino autenticità e il lavoro di un artista e non di un fotografo che imita altri fotografi che imitano a loro volta altri fotografi. Solo così credo si possa arrivare a lavorare a livelli un po’ più alti di budget e con la libertà di visione intatta. Ricordo ad esempio che in fase di ritocco un cliente tenne in mano una mia lastra 20×25 come riferimento assoluto. Di solito ritoccano moltissimo ma quella volta il cliente volle essere fedele all’estremo al mio lavoro così come era uscito dalla macchina fotografica, purtroppo queste scene capitano solo negli Stati Uniti.

Quando accetta una proposta, perché lo fa?

Sono soldi per portare avanti la mia ricerca personale. E se possibile un’occasione per provare ad aiutare persone che incontro per strada. Per la campagna di GAP per esempio, ogni persona scelta come soggetto per posare sarebbe finita sui billboards a Times Square. Inoltre ognuno di loro veniva pagato diverse migliaia di dollari. Chiesi specificatamente di cercare i ragazzi nelle periferie più difficili e fu un lavoro molto complesso che coinvolse tre team diversi di casting director e io con loro. Viaggiammo quindici giorni per nove stati americani con il solo scopo di cercare il volto dell’America nell’era di Trump. Fu anche la prima volta che una ragazza musulmana con hijab compariva in una campagna mondiale di un marchio americano. Fu molto coraggioso da parte del brand perché giocoforza si va incontro al rischio di perdere una fetta di clientela che però forse è quella che vuoi perdere se hai un’etica.

Chi sono stati i suoi maestri?

Stanley Kubrick per il modo di lavorare sui propri progetti e per i tempi che separano gli stessi. Si prendeva sei o sette anni tra un film e il successivo e per alcuni, vedi il film mai fatto su Napoleone, ha lavorato decine di anni senza neanche portarlo a termine. Quel tipo di ossessione è sempre in me. È quasi controproducente perché rischia di essere bloccante.

A proposito di ossessioni, quali sono le sue? E i suoi obiettivi?

Capire tutte le cose che non conosco, che mi incuriosiscono e che hanno un impatto sul mondo in cui vivo quotidianamente. Credo di avere avuto più di quello che si possa desiderare dalla fotografia, dal premio Guggenheim Fellowship in America sino ad esempio a una recente commissione da parte del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze. Come si faceva secoli fa, in occasione dei 600 anni dalla costruzione del Duomo da parte di Filippo Brunelleschi, sono stati coinvolti tre artisti – Massimo Vitali, Domingo Milella e il sottoscritto – per un lavoro sul Duomo di Firenze che quest’estate sarà esposto nello stesso museo che ospita la Pietà Bandini di Michelangelo, visibile oltretutto dai visitatori della Galleria degli Uffizi. Essere pagati per fare quello che ti piace fare, dalla stessa istituzione che commissionò a Brunelleschi 600 anni fa, ti fa girare la testa dalla gioia. Non vorresti più altri clienti. A proposito di questo, sto collaborando a un progetto a mio avviso molto interessante.

Ce ne può parlare?

Si tratta di Ricordi Stampati. È un progetto creato dall’amico Settimio Benedusi, un visionario che ha capito prima di chiunque che il cliente è uno: il prossimo tuo che vuole farsi ritrarre. Non quindi un marchio o direttori creativi con le idee più o meno chiare ma solo chi ti si presenta davanti per avere un proprio ritratto. Sembra facile ma non lo è, se sei bravo lo fai sembrare semplice. Per me è una rivoluzione che vi invito a scoprire. Più in là quest’anno ci saranno altre date. Io per esempio sarò a Palermo mentre Settimio probabilmente a Imperia o Milano, ci sono già e ci saranno altri grandi nomi coinvolti. Tutte le informazioni si possono trovare sul sito.

Fotografia e social network: un rapporto possibile?

No. Il problema maggiore è la pigrizia di molti direttori creativi che, in quanto umani come noi, non pensano sia il caso di andare oltre lo schermo del proprio telefono e si mettono lì a cercare le novità. Ma la fotografia non è una fila di tre immagini grandi 1080 pixels per 1080
pixels. Sul set, per esempio, proibisco sempre di scattare fotografie per social media e non voglio nessuno intorno. C’è sempre una persona che tiene lontano tutti gli altri per permettermi di lavorare in intimità col soggetto da ritrarre per non fargli vedere oltre la mia macchina fotografica. Lo faccio perché probabilmente voglio ripetere per me stesso l’esperienza di solitudine che sovente è dietro a una buona fotografia.

Che consigli darebbe a chi sogna di fare la sua professione?

Di trovare un lavoro, una fonte di guadagno e poi di iniziare il mio mestiere. È triste vedere persone che dicono di fare il fotografo di moda solo per metterlo nella loro bio mentre magari a cinquant’anni si devono arrangiare vivendo in famiglia o comprando follower. Trovo sbagliatissimo quel tipo di bugia, lo considero di una tristezza infinita. Il mio consiglio è quello di essere veri e di non mentire mai: solo così tutto andrà per il verso giusto. Almeno non avrete fatto finta di vivere una vita che non era la vostra. E questo già non è poco.

Giorgia Olivieri

Giornalista freelance, scrive di moda, costume e cultura. Dal 2011 cura la rubrica BOutique su Repubblica Bologna ed è co-autrice della guida Grand Tour Bologna. Ha realizzato alcuni reportage indipendenti che sono stati oggetto di mostre e pubblicazioni. Collabora con varie testate tra cui Vanity Fair: tra le sue ossessioni la moda secondo i reali inglesi.

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