Bonaveri, l’eccellenza italiana del manichino

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Il manichino in Italia e nel mondo ha un nome: Bonaveri. Nel quartier generale di Renazzo di Cento, in provincia di Ferrara, ogni anno si producono 15mila manichini che finiscono non solo nelle boutique ma anche in mostre e musei. Partner della Fondazione Fashion Research Italy, il brand sarà il protagonista del promo che gli studenti di Fashion Film & Multimedia Design dovranno realizzare a fine corso.

Abbiamo fatto qualche domanda a Andrea Bonaveri, che con il fratello Guido conduce l’azienda, per conoscere meglio questa eccellenza made in Italy con cui nelle prossime settimane approfondiremo anche il tema tanto caro della sostenibilità ambientale.

Un’azienda dalla lunga tradizione, come sono nati i primi manichini Bonaveri?

L’azienda nasce nel 1953, dalle mani forti di Romano Bonaveri, che in un dopoguerra difficile si inventa un mestiere usando il proprio talento nel manipolare carta e gesso. A 22 anni costruisce i carri in cartapesta del carnevale di Cento e dalla casuale frase di un amico sarto (“anche i busti della mia sartoria sono fatti in cartapesta”) nasce l’intuizione di poter realizzare dei busti da sartoria usando le stesse tecniche impiegate nella manipolazione dei carri allegorici. Nascono così i primi busti di quella che sessant’anni dopo si sarebbe rivelata una fucina di creatività e ricerca capace di esprimere miglior senso della tradizione artigianale italiana nel mondo.
Busto dopo busto, l’attività cresce sempre di più fino alla partecipazione nel ’58 alla prima fiera campionaria di Milano. Negli anni ‘80 entrano in azienda i figli di Romano, Andrea e Carlo, che nel periodo di massima affermazione del Made In Italy spingono verso una rapida modernizzazione sia degli aspetti gestionali sia di quelli produttivi. Nel 2001 avviene l’acquisizione del marchio svizzero Schläppi, celebre per le collezioni iconiche, quasi avveniristiche, le cui riedizioni hanno influenzato fortemente il trend del mercato.

Veniamo a noi: come nasce oggi un manichino?

Quelli che si vedono nelle vetrine sono solo una piccola parte di un complesso mix di capacità, talenti e saperi diversi, accomunati dalla cura per il dettaglio. Il manichino è sempre
un’interpretazione artistica di una figura e la sua progettazione è sicuramente uno degli aspetti più affascinanti di questo lavoro. È una questione di equilibrio tra estetica, eleganza e
funzionalità: ognuno deve essere in grado di esaltare i capi che andrà ad “indossare”, assicurando la migliore vestibilità e al tempo stesso uno stile unico che li valorizzi.

Una volta definite le forme del corpo, gli scultori progettano un telaio in ferro, vero e proprio scheletro su cui viene modellata con l’argilla la figura completa. Viene poi creato lo stampo in gesso, che diventerà il contenitore cavo entro cui versare la colata per realizzare la versione quasi definitiva. Su quest’ultimo vengono eseguite le lavorazioni di dettaglio che permettono di raggiungere il risultato finale. L’alternativa più tecnologica è quella che, a partire da uno scanner digitale, genera un’immagine 3D di un corpo, riproducendo un modello reale. La fase di progettazione è poi seguita da quella di produzione, che può essere a stampaggio in polistirene antiurto, in vetroresina o in BPLAST (una bio plastica composta per il 72% di un derivato della canna da zucchero) e dalla verniciatura che conferisce il tocco finale.

Qual è il suo ruolo nell’identità di un brand di moda?

Le figure nelle vetrine hanno la responsabilità di raccontare ogni giorno la moda, di valorizzare gli abiti senza, tuttavia, rubargli la scena. Devono essere presenze discrete ma al tempo stesso percepite. Il visual merchandising rappresenta uno degli strumenti di comunicazione più immediati e forti dei brand di moda, per questo è importante che ogni elemento che concorre a definirne l’immagine sia coerente con l’insieme. I manichini devono interpretare l’essenza della maison, trasmettendo parte della sua identità.

Anche voi avete delle collezioni. Come sono state immaginate?

Ognuna ha una sua storia e i suoi tratti distintivi: si passa dai modelli stilizzati a quelli sartoriali, con rivestimenti e finiture su misura, da figure più contemporanee e giovani a quelle più classiche. Recentemente abbiamo acquisito lo storico marchio inglese Rootstein e con il suo rilancio includeremo in catalogo anche collezioni realistiche, ampliando ulteriormente l’offerta. Ciascuna collezione rispecchia il suo tempo, l’evoluzione del concetto di bellezza e dell’industria della moda. Tutte si fanno interpreti di stili, assicurando sempre la massima versatilità.
I nostri prodotti inoltre non sono impiegati solo in vetrine e showroom ma anche in mostre e musei. Per fare un esempio, le nostre creazioni sono state utilizzate anche per l’esposizione degli abiti della mostra del Costume Institute al Metropolitan Museum di New York sull’estetica Camp. In casi come questi la libertà di progettazione è molto più ampia.

Dal vostro osservatorio, come avete visto evolversi la moda?

Ogni manichino deve avere la capacità di interpretare generi e stili diversi, senza “passare di moda” ma, al tempo stesso è pensato per un settore in continua evoluzione. Nel progettarlo si deve quindi tener conto di entrambi i fattori: le figure devono essere contemporanee ma anche senza tempo. In oltre 65 anni nel mondo della moda si sono succeduti stili e canoni estetici differenti, che rispecchiano l’epoca di riferimento. L’evoluzione di queste figure inanimate riflette quella della moda: all’inizio prevalevano modelli iperrealistici con trucco e parrucche cotonate, nel tempo si sono affermate forme stilizzate ed essenziali.
La trasformazione delle forme e degli stili racconta dei mutamenti sociali, così come di quelli commerciali: la moda è diventata sempre più pervasiva, i comportamenti di acquisto sono cambiati, gli stilisti sono sempre più designer e creano attorno agli abiti mondi interi. Il ruolo di queste figure è diventato ancora più centrale nel racconto, strumento per veicolare stile e bellezza.

Il modo di comunicare di Bonaveri è fresco e al passo con i tempi. Ora un fashion film con gli allievi di FRI. Che aspettative avete?

In un settore come questo, dove l’immagine è al tempo stesso strumento, mezzo e fine, le potenzialità comunicative sono altissime. Nella comunicazione ci piace da sempre sperimentare nuovi linguaggi, pensati per rappresentare la ricerca sottesa a ogni nostra collezione e creazione. I social sono stati una grande opportunità narrativa per alimentare il racconto del nostro lavoro e delle collaborazioni, dando spunti e suggestioni al nostro pubblico. Il cinema, in quanto settima arte, da sempre si fa carico di rappresentare la realtà attraverso formule narrative originali.
La nostra aspettativa per il lavoro finale degli allievi del corso di alta formazione FRI Fashion Film & Multimedia Design è di scoprire attraverso la loro produzione qualcosa che ci appartiene, ma che ancora non abbiamo avuto occasione di mettere a fuoco.

Credits fotografici: Bonaveri’ showroom in Milan: Sartorial mannequins covered in different coloured velvets

Giorgia Olivieri

Giornalista freelance, scrive di moda, costume e cultura. Dal 2011 cura la rubrica BOutique su Repubblica Bologna ed è co-autrice della guida Grand Tour Bologna. Ha realizzato alcuni reportage indipendenti che sono stati oggetto di mostre e pubblicazioni. Collabora con varie testate tra cui Vanity Fair: tra le sue ossessioni la moda secondo i reali inglesi.

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