Intervista a Carlo Ratti, l’importanza di essere ibridi

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DI COSTANZA RINALDI

In un’epoca di veloci e continui cambiamenti, nella quale l’economia e la società mutano creando nuovi scenari, sembra sempre più necessaria la capacità propria degli esseri umani di adattarsi e quindi evolvere. Tecnologie e digitalizzazioni sono le nuove sovrane del contesto contemporaneo nel quale viviamo: non esistono più confini, la maggior parte delle professioni possono essere compiute da remoto e, soprattutto, è sempre più riconosciuto che il plus valore dei nuovi professionisti sia la multidisciplinarità e non più un’iper-specializzazione alla quale ci aveva abituato il mercato solo pochi anni fa.

LE TRASFORMAZIONI IBRIDE DELLA MODA

Come si relaziona questa nuova richiesta del mercato con il mondo della moda e con la formazione ad esso collegata? Questa trasformazione ha ormai permeato tutti i settori, compreso quella della moda che, come mai prima d’ora. si trova a dover – e voler – abbracciare nuovi elementi diventando un’arte più complessa, ma ancora più completa. Se è vero infatti che la moda viene considerata come un atto dichiarativo e una forma di comunicazione, è vero anche che le nuove tecnologie e le nuove circostanze sociali basate su schemi ibridi e fluidi ne accrescono la risonanza. In questo senso si pone naturalmente anche il percorso che il Made in Italy sta intraprendendo negli ultimi anni, posando nuove fondamenta su professionisti che racchiudano nei loro profili competenze di moda, ma anche design, comunicazione e tecnologia.

LE SCELTE DI FASHION RESEARCH ITALY

Anche per questo la Fondazione Fashion Research Italy coinvolge docenti con background d’eccellenza in ambiti diversi, come Carlo Ratti, architetto e professore del MIT di Boston, con un curriculum eccezionale che l’ha visto più volte inserito tra le migliori personalità al mondo alle quali ispirarsi. Ci siamo fatti raccontare la sua visione del panorama contemporaneo, del rapporto tra tecnologia, moda, comunicazione e architettura, a cominciare dal progetto della mostra The Green and The Gray, curato dal suo studio, che aprirà a fine settembre a Toronto.

DOMANDE E RISPOSTE: IL PARERE DI CARLO RATTI

Come è stato costruito il progetto d’allestimento per questa mostra?
“O fortunatos nimium, sua si bona norint, agricolas!” “O troppo fortunati gli agricoltori, se sapessero conoscere il loro bene”, scriveva oltre duemila anni fa Virgilio, elogiando la semplice vita agreste rispetto alla corruzione degli abitanti della capitale romana. Il conflitto tra città e campagna è un tema ricorrente, che traversa la storia del pensiero occidentale dall’età augustea fino ad oggi, ogni volta con forme e tropi diversi. E se molti intellettuali hanno preso posizione a favore ora dell’uno ora dell’altro contendente, altri hanno coltivato un sogno diverso: una riconciliazione tra due modi fondamentali dell’abitare umano. Riconciliazione che oggi, anche grazie alle nuove tecnologie, potrebbe essere a portata di mano. È proprio questo che vogliamo esplorare nella mostra dal titolo vagamente Stendhaliano, “The Green and the Grey”, Il Verde e il Grigio, che abbiamo curato a Toronto nell’ambito delle celebrazioni per i 150 anni dell’indipendenza del Canada (apertura il 28 settembre).

Come e quanto si inseriscono oggi la virtualità e la tecnologia nell’architettura degli allestimenti?
Credo debbano andare di pari passo. La tecnologia ci permette di creare un’interfaccia – senza precedenti – tra l’individuo e l’edificio. Se, come si dice spesso, l’architettura è una sorta di terza pelle – dopo quella biologica e gli abiti che indossiamo – per molto tempo si è trattato in realtà di un rivestimento rigido, quasi un corsetto. Ci piace lavorare per far sì che un domani, grazie a dati più precisi sul comportamento delle persone, l’ambiente costruito possa adattarsi meglio alle nostre abitudini, dando vita a un’architettura dinamica, modellata sulla vita che si svolge al suo interno, e non viceversa.

Dalla città alla boutique: come i Big Data possono influire sul retail moda?
Credo che l’impiego dei Big Data abbia un potenziale enorme sotto moltissimi punti di vista (retail della moda compreso) senza contare che già rivestono un ruolo centrale in molti business. Come accennavo sopra, la raccolta di dati permette di avere informazioni più precise su come le persone vivono, dandoci la possibilità di creare spazi che si adattino alle nostre esigenze.

La scenografia è cifra fondamentale nell’architettura per la moda: si parte dall’esperienza che si vuole trasmettere all’utente o dalla forma estetica che s’intende raggiungere?
Dall’esperienza!

Secondo lei oggi è meglio avere un background di studi ibrido o iper-specializzato?
Credo che i vecchi confini tra discipline stiano scomparendo… E quindi la domanda da porsi è proprio questa: dovremmo essere tutti – almeno entro un certo grado – dei generalisti? Mi piace molto contrapporre i classici professionisti novecenteschi “a forma di I” – cioè esperti di un singolo argomento, ma quasi inconsapevoli di tutto il resto – a nuove figure “a forma di T”, ovvero molto competenti in una determinata area ma allo stesso tempo capaci di coltivare conoscenze in settori connessi, e dunque in grado di dialogare in modo interdisciplinare.

Costanza Rinaldi

Giornalista di Lifestyle. Le piace scoprire nuovi progetti nei quali cerca sempre contaminazioni tra l’arte, il design e la moda. Si occupa di comunicazione visiva e collabora con diverse testate, tra cui Living, Pambianco, RClub e ManInTown, per cui scrive di design e cultura.

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