Il Made in Italy compie 70 anni

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Quando si dice Made in Italy, il pensiero corre alle copertine patinate, alle sfilate più spettacolari degli ultimi anni, alle raffinate creazioni stilistiche delle maison che hanno contribuito a renderlo un vero e proprio brand riconosciuto agli occhi del mondo. Ma il “fatto in Italia” ha radici molto più profonde, che affondano nel dopoguerra e spostano la latitudine di influenza dall’odierna Milano – indiscussa capitale della moda italiana – a Firenze, culla del Rinascimento, ma anche della brillante idea imprenditoriale che è alla base della nascita del secondo settore manifatturiero del Paese.

L’intuizione di Giorgini

Sono passati esattamente 70 anni da quando Giovanni Battista Giorgini (1898-1971), raffinato gentiluomo fiorentino e accorto imprenditore, nel febbraio del 1951 ospitò nella sua villa nel cuore di Firenze la prima sfilata dedicata in esclusiva alla moda italiana; un’occasione addirittura osteggiata da molte maison, abituate a importare e replicare con successo i modelli francesi che nel dopoguerra andavano per la maggiore, ma che si rivelerà vincente per tutto il settore, generando un giro d’affari di 1.5 milioni di dollari solo in quell’anno.

Grande conoscitore del mercato statunitense, Giorgini capì che l’attenzione degli americani nei confronti dell’artigianato italiano era destinato a crescere e fu così che arrivò l’idea di un lancio internazionale della moda locale che approfittasse del calendario di presentazione delle collezioni parigine.

L’idea era semplice: convincere i buyer americani a prolungare il soggiorno europeo dopo le sfilate francesi, concludendolo con un soggiorno fiorentino per presentargli l’alta moda italiana, ma anche la cosiddetta boutique. Gli argomenti erano in effetti numerosi, ma su tutti spiccavano la vantaggiosità dei prezzi, la sapienza artigianale e il rinomato buongusto italiano, doti che il bel mondo americano aveva già avuto modo di saggiare nelle più prestigiose località di villeggiatura internazionali. Tutti valori aggiunti che i competitor d’oltralpe non avevano saputo inanellare altrettanto bene.

Il 12 febbraio 1951

Settant’anni fa si riunivano in via dei Serragli 144 a Firenze i buyer americani più influenti – B. Altman e Bergdorf Goodman di New York, tra gli altri – per scoprire le creazioni di ben tredici case di moda italiane, di cui nove a rappresentare l’alta sartoria: Simonetta Visconti, Fabiani, Germana Marucelli, Sorelle Fontana, Emilio Schuberth, Carosa, Veneziani, Noberasco e Vanna e quattro per la moda boutique: Emilio Pucci, Avolio, Mirsa, Tessitrice dell’Isola.

La presenza di una linea prêt-à-porter in effetti non è casuale, ma racconta di come Giorgini avesse ben in mente l’altolocato target di riferimento e avesse fiutato quale presa potesse avere sull’aristocrazia americana il know-how artigianale e manifatturiero della moda italiana. Il successo fu oltre ogni aspettativa, tanto che l’iniziativa si ripeterà anche l’anno successivo nel 1952 presso la celebre Sala Bianca di Palazzo Pitti, consegnando alla storia la nascita di una moda autenticamente italiana.

L’obiettivo ultimo di Giorgini non si traduceva nella semplice volontà di sovrapporsi alla Francia come mercato di riferimento dell’alta moda internazionale, ma in maniera ben più lungimirante era quello di stabilire una solida intesa tra il neonato settore moda e l’industria tessile italiana, sostenendo la produzione interna e dando di conseguenza uno slancio significativo alle esportazioni.

Il settore moda oggi

Oggi, grazie a questa raffinata previsione, il settore moda costituisce nel nostro Paese la seconda industria per fatturato ed export, grazie ad un’articolazione del tessuto manifatturiero che è diventato sinonimo di qualità, saper fare e creatività. Tutti valori evidenti e di lunga tradizione già in quel lontano 1951 e che la celebre giornalista di moda Irene Brin commentava sulle pagine di Grazia così:

Donna Franca Florio vestiva a Parigi, ma ordinava i guanti a Napoli. Le dogaresse esigevano le Piavole de Franza, ma i velluti, anche a costo di scatenare una guerra, li esigevano a Zoagli. Teodora portava le tuniche di Bisanzio, però i suoi orafi erano siracusani

Un’interessante suggestione che riporta l’attenzione sulla competenza e l’estro creativo che, oggi come allora, caratterizza le PMI italiane per la capacità di eccellere in ogni segmento della filiera.

Proprio nell’ottica di attualizzare un messaggio tanto importante e di celebrare questo compleanno speciale, si è svolto in questi giorni il simposio internazionale Giovanni Battista Giorgini, from Artistic Craftsmanship to High Fashion, Italian Soft Power (visibile sul sito di Pitti Immagine), frutto della collaborazione tra l’Archivio Giorgini, l’Università di Bologna e l’Associazione OMA. Non un’autocelebrazione, ma il riconoscimento a distanza di molti anni dell’ingegno imprenditoriale che ha contribuito a portare all’estero il nostro riconosciuto saper fare. Un vero e proprio augurio a fare sempre meglio, ricordandosi di valorizzare l’heritage prezioso e singolare su cui poggia la nostra identità.

Credit: Archivio Giorgini

Claudia D'Angelo

Responsabile dell'archivio della Fondazione Fashion Research Italy. Già responsabile dell'archivio di Aeffe Fashion Group, di cui ha curato la prima costituzione. È inoltre contributor per alcune riviste di moda a livello scientifico, tra cui Zone Moda Journal dell'Università di Bologna.

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