Optical: quando l’arte travolge il mondo della moda e del design

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I grafismi geometrici dello stile Optical sono un elemento iconico della moda e del design a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, tanto da entrare profondamente nell’immaginario collettivo come una delle espressioni “rivoluzionarie” dello stile di quegli anni.

DA OP ART A OPTICAL STYLE

In realtà l’Optical come tendenza fashion deve molto al mondo dell’arte contemporanea, in particolare alla Op Art e a una delle sue esponenti più interessanti: Bridget Riley. Questa artista inglese, nata a Londra nel 1931, è stata la prima donna a ottenere il premio Internazionale per la Pittura alla Biennale di Venezia del 1968. Nelle sue opere, la Riley gioca con i fenomeni ottici accostando cerchi e linee in bianco e nero e ottenendo effetti astratti di tipo tridimensionale. Alla fine degli anni ’60, un produttore di abiti americano fece realizzare dei tessuti con stampe ispirate alle opere di Bridget Riley e questo diede il primo impulso al successo delle fantasie optical nel mondo dell’abbigliamento.

Le prime teorizzazioni della Op Art risalgono già agli anni ’20 e si connettono alle sperimentazioni futuristiche di Giacomo Balla e al concettualismo Dada di Marcel Duchamp. L’energia innovativa propria dei Fab Sixties diventa il propulsore perfetto di questa ricerca visiva perché creava effetti di movimento e illusioni ottiche su abiti dalle linee semplici e geometriche. Grandi brand couture come Balenciaga e Lanvin presero ispirazione dai quadri di un altro grande protagonista della Op Art, l’ungherese Victor Vasarely che amava utilizzare anche alcuni colori basici per ottenere suggestivi grafismi tridimensionali e a cui il Centre Pompidou di Parigi ha recentemente dedicato una mostra monografica.

È interessante notare come la Optical Art ebbe dapprima un grande successo di pubblico, grazie anche ai contributi degli stilisti che l’avevano tradotta nei loro capi e solo successivamente fu accolta positivamente dalla critica d’arte. Un momento cruciale per la diffusione della Op Art in ambito artistico fu la mostra The Responsive Eye, inaugurata nel 1965 a New York.
Nulla si adattava meglio all’estetica mod che dilagava nelle boutique londinesi di Carnaby Street e Kings Road. Per la prima volta le nuove generazioni potevano appropriarsi di un mondo fashion che si distaccava completamente da quello dei loro genitori. La moda parlava un linguaggio nuovo, deciso, ironico e lineare. Migliaia di copie dei “line shift dresses” lanciati da couturier come Pierre Cardin e Andre Courreges si riversarono sul mercato grazie alla disponibilità di tessuti sintetici che potevano essere prodotti e diffusi in larga scala a costi contenuti.

IL TRIONFO DEL BLACK&WHITE

Tra la fine degli anni 60’ e l’inizio dei ‘70, i grafismi optical invasero abiti e accessori soprattutto in versione bianco e nero. A parte alcune eccezioni come Cocò Chanel e Paul Poiret, gli stilisti fino a quel momento non avevano utilizzato molto l’abbinamento di questi due colori assoluti, soprattutto nelle stampe. Anche per questo, Optical rappresenta un momento di gloria del black & white che evidentemente aveva trovato la decade giusta per esplodere. Non è un caso se nel 1966 Truman Capote organizzò all’Hotel Plaza di New York quello che fu definito il party del secolo e che aveva un preciso dress code: bianco e nero.

OPTICAL E STILE MOD

Dagli anni ’60 in poi i grafismi optical non hanno mai abbandonato completamente le passerelle dei decenni successivi. Di tanto in tanto infatti queste geometrie che strizzano l’occhio alle illusioni ottiche tornano alla ribalta e si lasciano interpretare in modi sempre diversi.

In un ambito così vasto, la ricerca tematica in un archivio di moda come quello del Fondo Brandone diventa “generatore di creatività” verso nuovi percorsi e nuove idee. Custodita dalla Fondazione Fashion Research Italy, la vastissima collezione di motivi a stampa di uno dei più importanti converter della moda italiana vuole essere un punto di riferimento per stilisti e studenti che desiderino esplorare molteplici declinazioni di temi diventati “classici”, trovando nuovi territori di espressione.

Isabella Cardinali

Copywriter e storyteller, specializzata nei settori fashion, beauty e design. Dopo essersi laureata in Lettere Moderne presso l'Università di Bologna, ha lavorato molti anni come copywriter e content manager all'interno dell'Ufficio Comunicazione di La Perla, l'azienda italiana leader a livello internazionale nel campo della lingerie. Oggi svolge la sua professione come freelance collaborando con aziende, uffici stampa e siti web. Da sempre innamorata di Bologna, la città in cui ha scelto di nascere e vivere, sta portando avanti anche un progetto legato all'accoglienza turistica. Si definisce "sarta di parole".

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