Raccontare l’azienda, il ruolo dell’archivio tessile e moda

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L’archivio tessile e di moda è un’opportunità da scoprire, sia per le aziende che per le tante professionalità che entrano in gioco. Marinella Bianco, archivista e co-founder di Acta Progetti insieme a Rosanna Cosentino, ci ha offerto una panoramica del settore. Un’anticipazione degli argomenti che tratterà alla sesta edizione del corso Archivi della moda: heritage management di Fondazione FRI.

Da oltre dieci anni si occupa di archivi tessili e di moda partecipando a progetti di censimento, mappatura e messa in rete. Come quello promosso da Ministero per i Beni e le attività culturali che ha poi dato vita ad Archivi della moda del ‘900 di ANAI. Nel 2010 è stata inoltre promotrice del Centro Rete biellese degli archivi tessili e moda oltre ad aver curato personalmente quelli di molte aziende quali Vitale Barberis Canonico, Tollegno 1900, Frette e Lanerossi di Marzotto, solo per citarne alcune.

Nella moda si parla molto di brand heritage: cosa si intende esattamente?

Significa eredità pertanto comprende tutta la storia aziendale. Fino a qualche anno fa sembrava bastasse indicare la data in cui un marchio era nato, fin dal o since come fanno gli stranieri. Magari si rispolverava una vecchia grafica e si tirava fuori la foto dei fondatori. Una reale consapevolezza dell’importanza dell’heritage marketing è maturata solo una decina di anni fa quando si è capito che era ora di mappare e censire anche nel settore dei tessuti. Così sono nati i primi modelli di archivio tessile.

Cosa è accaduto?

Tutto è iniziato tra il 2008 e il 2009 quando il Ministero per i beni e le attività culturali ha finanziato un censimento degli archivi d’impresa italiani. Da quella intuizione sono nati, nel tempo, due progetti ministeriali: un portale dedicato al mondo dell’impresa e l’altro al settore della moda. Contemporaneamente nasce il progetto di ANAI Archivi della moda del ‘900 che divulga con convegni e mostre, i patrimoni culturali progressivamente venuti alla luce.

Quali sono le particolarità di un archivio d’impresa tessile rispetto ad uno di moda?

Nella moda tutto ruota attorno al prodotto, al massimo alla fase precedente dei bozzetti. Nel tessile invece si punta tanto sui campionari e solo poi sul prodotto finito. Il campionario, di produzione o di vendita, conserva infatti molte indicazioni tecniche e di prodotto ed è per questo spesso utilizzato dai disegnatori.

Quello che noi continuiamo a spiegare alle aziende è che la loro storia risiede anche nell’archivio cartaceo amministrativo e contabile. Al di là dei libri dei consigli di amministrazione e dei soci, il resto è ancora oggi troppo spesso sottovalutato ed eliminato allo scadere dei termini di legge. In quel materiale ci sono invece informazioni preziosissime per l’heritage storytelling. Le fatture e gli ordini, ad esempio, dicono tantissimo perché lì sono annotati i nomi dei clienti, dagli stilisti alle grandi sartorie. Per non parlare della pubblicità e della grafica, le etichette e le partecipazioni alle fiere e tanto altro.

Spesso si sente parlare anche di museo d’impresa.

Mi rendo conto che ci sia una grande confusione anche terminologica. Sembra un puntiglio di noi archivisti ma è importante fare chiarezza: archivio, museo e biblioteca sono tre cose diverse. La biblioteca raccoglie solo libri, il museo è una raccolta di oggetti tematici, mentre l’archivio è tutto ciò che viene prodotto o utilizzato da un’azienda nel corso del proprio lavoro. Faccio un esempio: anche i macchinari ne fanno parte perché servono per la produzione. A mio avviso, non è corretto parlare di museo d’impresa, almeno dal punto di vista scientifico. Tutto quello che racconta la storia di un’azienda è da considerarsi archivio.

Una fondazione ad esempio può ritagliarsi un ruolo da regista creando un museo o un’istituzione che mette insieme più raccolte o più archivi di moda. Un esempio è la Fondazione Fashion Research Italy che nel proprio archivio conserva la raccolta di textile design del fondo Renzo Brandone e il brand heritage del fondo Emmanuel Schvili.

Come si lavora ad un archivio tessile?

Prima di tutto si fa un censimento del materiale esistente e, a volte, una scrematura. Si prosegue poi con una sommaria catalogazione su un database e con la schedatura dettagliata. Ma in realtà non c’è mai fine al lavoro di approfondimento.
Dal punto di vista del recupero, a volte si lotta con una polvere nera di secoli e con le tarme. Per il restauro, per esempio, da noi entra in gioco il Centro di Documentazione e restauro La Venaria Reale. Per pulire i tessuti si utilizza una spazzola e un delicato aspiratore mentre per la carta le spugnette di lattice per il trucco. Il materiale selezionato viene poi in parte digitalizzato e conservato a temperature né troppo calde né troppo fredde e con trattamenti periodici.

L’organizzazione e gestione di un archivio tessile è un lavoro complesso che va svolto con professionalità da uno specialista, anche interno all’azienda ma accuratamente formato. Non basta la buona volontà, anche per non rischiare di registrare danni importanti. Da quest’anno infatti il ministero beni culturali ha varato un’elenco di operatori e l’ANAI rilascia una certificazione UNI per gli archivisti. Un’ottima notizia per le aziende che vogliono mettere mano seriamente al loro patrimonio di storia.

Giorgia Olivieri

Giornalista freelance, scrive di moda, costume e cultura. Dal 2011 cura la rubrica BOutique su Repubblica Bologna ed è co-autrice della guida Grand Tour Bologna. Ha realizzato alcuni reportage indipendenti che sono stati oggetto di mostre e pubblicazioni. Collabora con varie testate tra cui Vanity Fair: tra le sue ossessioni la moda secondo i reali inglesi.

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